"Prendere decisioni ottenebra la mente"
(Alan Bennet - La sovrana lettrice)
"Prendere decisioni ottenebra la mente"
(Alan Bennet - La sovrana lettrice)
Lunedì– ore 19.45
-Pronto?
- ….
Pronto??
- ….
-PRONTO???
-Chi parla?
-Signora ha chiamato lei, me lo dica lei chi parla
-Io cercavo Renato
-Ha sbagliato numero
Martedì – ore 19.47
idem
Mercoledì – ore 19.52
idem
Giovedì – ore 19.43
idem
Venerdì – ore 19.50
-Pronto?
- ….
-Pronto??
-….
-PRONTO???
-Chi parla?
-Signora ha chiamato lei, me lo dica lei chi parla
-Io cercavo Renato
-Ha sbagliato numero
-No!
-Signora è una settimana che chiama qui cercando Renato: questo numero è sbagliato.
-No no è giusto, è scritto qui
-Qui dove?
-Sul mio libretto
-Ecco appunto: è sbagliato, lo cancelli
-Ah no che non lo cancello è scritto bello ordinato con il nome e vicino il suo numero

Certo non parlo per me, che ho sempre pensato che il fatto di essere stata depositata dalla cicogna nella famiglia in cui sono nata sia stata una tale fortuna che non poteva essere che me ne fosse rimasta ancora un po’ da spendere e per questo neanche mi sogno di giocare neppure al grattaevinci. Però guardandomi intorno mi sono fatta l’idea che sia un peccato che non esista la possibilità di un divorzio fra genitori e figli. Non parlo di drastiche rotture, liti o quantaltro. Di quelle che lasciano maleodoranti scie di sensi di colpa e sempre un’ultima parola da dire o da aspettare invano. Parlo di una formalità. Un momento che segni inequivocabilmente un prima e un dopo, oppure un invece. Un momento in cui si scriva da qualche parte chi si prende i bicchieri e chi il quadro della zia Teresa, quali obblighi e quali doveri rimangono a chi e come devono essere soddisfatti. Per poter essere figli e genitori corretti, ma liberi. Liberi di ricominciare. Una firma qua e la corte si ritira per deliberare. Nessun colpevole, nessuno assolto. La seduta è tolta. Tutti fuori. Aria.
Dedicato a tutte quelle rocce che dopo il terremoto sanno guardarsi le crepe e prendersene cura. A quelle rocce che sanno guardarci dentro, alle crepe, e riempirle piano piano lasciando entrare le carezze, fino in fondo, e il gusto lungo di un bicchiere di vino e la risacca delle onde e un piccolo pirata, con il suo tesoro. Dedicato a quelle rocce che sanno far uscire la polvere della rabbia, perché è quella che fa sembrare le crepe già piene e impedisce alla materia nuova di entrare, che tiene le carezze sulla soglia e chiude fuori l’aria nuova.
Dedicato alle rocce che hanno molte crepe, perché dentro alle crepe fanno il nido i semi e io lo so.
C’è una valle di boschi verdi e funghi ed in fondo un monte, che quando ha la cima incappucciata di nubi è sicuro che domani piove. Ci sono poche case, sparse, ogni tre case è una frazione, con il suo nome. Case Mutti, La Tosca. Nomi così. Ogni tre o quattro case, divise fra loro da un paio di curve o da un ciuffo di acacie. Molte case disabitate. Tetti sconnessi e vecchie stalle. Qualche volta un giardino, che veniamo su d’estate e qualche volta la domenica. Ma ci sono anche le case nuove di chi quando si è sposato si è fatto la bifamiliare con il cognato e nel giardino davanti ha messo l’altalena e appoggiata alla porta c’è la mountain bike del grande. Sempre nei piedi. Riccardoooo. E ci sono le case che davanti alla porta hanno la siepe di rose che ha piantato la nonna Peppina, che era la moglie del nonno Tonino, che è andato in America e non è più tornato. Ci sono sempre le chiavi sulla porta di casa, e quando si passa si saluta e si chiede come sta la Giovanna e c'è da accettare o da rifiutare un caffè. Perché dietro ad ogni porta c’è un viso, e un grembiule, c’è qualcuno che ti ha vista da piccola e ha detto almeno una volta “come è magra”.
Al chilometro 13 c’è un orto, una piccola corte e una casa di sassi. Ogni sasso è un ricordo: una giornata di pioggia passata a decorare i vasetti della marmellata, una carezza su quel viso fotografato in bianco e nero sulla mensola del camino, un nodo di rabbia e di voglia di scappare in città. Altrove. Ma ogni sasso è un ricordo, un pezzo di pane cotto nel forno davanti alla legnaia, un sorso di caffelatte la mattina che c’è ancora buio e sbrigati che la corriera non aspetta. Ogni sasso. Per questo davanti alla porta della cucina c’è un pergolato nuovo nuovo e vasi di gerani parigini sul muretto e dalla finestra profumo di sugo di funghi, che arrivano amici per pranzo.
Il capitolo sei è verde come l’erba nuova del prato davanti alla chiesa del quartiere. Il capitolo sei è ancora sgombro della tensione della Padrona di Casa, ha dentro solo emozioni semplici come bimbi vestiti per una festa, come le rose bianche di un rotondo bouquet. Nel capitolo sei Lei indossa l’abito dei suoi sogni e ha una piccola cascata di luci alle orecchie e fra i capelli. Nel capitolo sei Lui e Lei si prendono per mano, aprono la porta di casa e si tuffano, senza ritegno, in un mare di affetto, di sorrisi e lampi di flash. Nel capitolo sei Loro, ad un certo punto, nello scrigno dove si sono trasformati, riempito di fiori e di amici, promettono. Lei sorride mentre pensa ogni capitolo, fino all’ultimo capitolo. Lui ha una carezza nella voce mentre mormora così sia. ![]()
Cerco sempre nuove parole per dirlo, nel tentativo di non dimenticarlo: perchè solo quando l'avrò dimenticato sarà davvero mai più. Qualcosa dunque, è ancora in mio potere.
Sentire il sudore. Non avere più fiato. Rosso, il calore, sul viso. I polmoni stretti, affamati, il cuore che pulsa in ogni parte del corpo. La fatica, in ogni muscolo. Ancora, un altro passo, un altro, fino alla curva. Energia lungo le gambe, le mie. Ansimare, pulsare, correre. Pedalare. La fine della salita. La prossima salita. Sudore. Sete. Muscoli contratti, muscoli obbedienti. Un altro giro. Non ce la faccio. Sì che ce la faccio. Le mani sulle ginocchia, il respiro lungo, asciugare il sudore. Dammi un cinque. La fatica, la fame. Bella, vera, sana. La doccia, con la testa che ascolta solo le gocce. La stanchezza, buona, sana, viva. Il calore che viene da dentro. Quel piccolo dolce dolore dei muscoli che hanno fatto il loro dovere. Quello scondinzolare quieto del corpo, dopo la corsa.